venerdì 30 gennaio 2015

Peppino e la Bella Elvira (prima parte)



Illustrazione di Chiara Nastro



C’era una volta, una giovane coppia di sposi a cui apparentemente non mancava nulla: denaro, palazzi , terre, insomma possedevano ogni ben di Dio. Ma era stata negata loro la gioia più grande, quella di un figlio.
Dopo anni di tentativi, la moglie fece un voto: se fosse riuscita a partorire un bel bambino sano e forte, avrebbe fatto costruire al centro della piazza principale del paese una fontana, che per dieci anni avrebbe versato olio anziché acqua.
Le preghiere della donna furono esaudite, e presto nacque un bel maschietto, al quale fu dato il nome di Peppino.
L’evento fu una grande festa per tutto il paese e per quelli vicini, poiché, anche la gente più povera aveva, grazie alla fontana promessa dalla facoltosa famiglia, la possibilità di attingere gratuitamente tutto l’olio di cui aveva bisogno.
Passavano gli anni e il bambino cresceva sano , forte e vivace: anzi, forse un po’ troppo vivace!
Tutti conoscevano Peppino come un gran combina guai, a cui veniva sempre perdonato tutto,  perché, infondo,  era grazie a lui che tutta la povera gente aveva potuto godere del dono della fontana.
Peppino era quindi un po’ viziato, ma non cattivo, ed era amato da tutti per il suo carattere spiritoso e un po’ spavaldo.
Un giorno, quando Peppino aveva quasi dieci anni e la fontana stava ormai per esaurirsi, una strana e sconosciuta vecchietta si recò lì; l’olio sgorgava goccia a goccia, ma alla fine, con tanta pazienza e fatica, la strana vecchina riuscì a riempire il suo orcio.
Proprio in quel momento, Peppino, che stava giocando in piazza con i suoi amichetti, lanciò il pallone proprio addosso alla vecchina, facendole rovesciare tutto l’olio faticosamente raccolto.
Invece di scusarsi, a Peppino scappò da ridere, facendo andare la vecchia  sconosciuta su tutte le furie; Peppino non poteva immaginare che si trattava di una strega, la quale, in preda all’ira, urlò: “Ah, Peppino, Peppino, non avrai pace fino a quando non troverai la tua bella Elvira”.
Peppino, piccolo com’era, incosciente e inconsapevole dei poteri funesti della vecchia strega, rise ancora più forte, gridando a sua volta, con aria quasi di sfida : “La bella Elvira? E che vuoi che m’importi della bella Elvira?”.
Pareva che l’incidente si fosse concluso lì, ma col passare degli anni, quelle strane parole gridate al vento, diventavano sempre più consistenti, reali, quasi palpabili; Peppino pensava a questa misteriosa ragazza ogni giorno, ogni notte, e ogni volta un po’ di più.
La madre, a cui Peppino aveva raccontato tutto, cercava di minimizzare la cosa: infondo questa Elvira forse neanche esisteva, magari era solo un’invenzione dalla vecchia, un brutto scherzo per vendicarsi del dispetto di Peppino.
Così la povera donna faceva tutto il possibile per distrarre il figlio: organizzava feste, banchetti, tutte le occasioni possibili per permettere al giovane di incontrare delle ragazze in carne ed ossa, possibilmente di buona famiglia, nella speranza che dimenticasse la misteriosa Elvira, il suo chiodo fisso.
Ma non servì a nulla, il pensiero si tramutò in ossessione, e Peppino rischiò di ammalarsi.
La madre, che mai avrebbe voluto separarsi da questo figlio tanto atteso e desiderato, capì che nulla poteva contro il sortilegio della strega, così, con la morte nel cuore, acconsentì al fatto che il suo unico figlio ed unica ragione di vita, partisse alla ricerca della sua misteriosa e bella Elvira.




domenica 25 gennaio 2015

Girl Fighter: Chun Li e le altre



Chun li - Street Fighter



  Rachael VS Titi - Martial Champion


    Le donne di Tekken  


 Akari VS Yuki - The Last Blade

Pai Chan & Sarah Bryant - Virtua Fighter



immagini dal web

Molte femministe si scandalizzano per come vengono rappresentate le eroine dei videogiochi fantasy o picchiaduro, per il loro aspetto e per gli abitini succinti che indossano. 
Personalmente sono un'amante sia del genere fantasy che dei videogiochi picchiaduro sin dall'infanzia, in particolare sono affezionata al personaggio di Chun Li , la combattente cinese di Street Figher (1987), con una storia drammatica alle spalle: si era iscritta al torneo per vendicare la morte del padre, in cerca di giustizia e piena di grinta, unico personaggio femminile del gioco a cui negli anni è stata poi affiancata la bionda Cammy ,una fortissima donna soldato  dalle lunghe e bionde trecce. Entrambe vengono ben rappresentate nel film Street Fighter - Sfida finale (Street Fighter: The Ultimate Battle, 1994). A onor del vero, alla mia eroina è stato dedicato anche un altro film, Street Fighter: The Legend of Chun-Li, ma credo basti dire che il ruolo della cinese Chun Li sia stato interpretato dalla canadese Kristin  Kreuk per rendersi conto di quanto la pellicola possa essere scadente e imbarazzante, in una sola parola detestabile per tutti quelli che hanno amato il personaggio e il videogioco.
Con il fenomeno Street Fighter, il numero delle guerriere grintose e prorompenti all'interno dei videogiochi picchiaduro è cresciuto in maniera esponenziale: tanto per citarne qualcuno, nel 1993 prese piede Martial Champion, con ben due eroine: La sensuale egiziana Titi e la più mascolina Racheal, dal passaporto statunitense; ma il mio preferito in assoluto, che ho forse amato anche più di Street Figher è stato The last Blade (1997), che purtroppo non ebbe il successo che meritava: fu il primo gioco a inserire nei picchiaduro l'elemento Fantasy, strettamente legato alla mitologia giapponese e ambientato nel periodo Meji , in un mondo in cui si avvicendavano demoni, stregoni e samurai. La mia preferita era proprio la piccola sacerdotessa Akari Ichijou, dai capelli viola e il carattere ribelle, ma tanto divertente, spesso dispettosa e irriverente, completamente contrapposta alla bionda signora dei ghiacci Yuki, alle quali in The last balde 2 (1998),si aggiunge la bella guerriera armata di katana Hibiki Takane
Una citazione meritano anche la giapponese Mai Shiranui , primadonna di Fatal fury2 (1992)  e le eroine di Virtua Fighter, nato nel 1993 ma ancora in voga: la cinese Pai Chan  e la bionda statunitense Sarah Bryant.
Attualmente , il videogioco che pullula più di donne è il mitico Tekken , troppe per essere citate, quindi mi limito alle sorelle Anna e Nina Williams, presenti sin dalla prima serie, del 1995, e la mia preferita, apparsa per la prima volte in Tekken 3, la cinese Ling Xiaoyu.
Tutte queste eroine sono state perse di mira dalla critica femminista per il loro aspetto, accusate di essere donne oggetto al servizio dei maschi, come se ad una donna eterosessuale come la sottoscritta non fosse concesso amare questo genere di videogiochi (ma non è che sotto sotto queste femministe sono leggermente misogine?).
Sinceramente, non vedo perché dovrei scandalizzarmi per il corpo dei personaggi, sia maschili che femminili di videogiochi o dei fumetti di supereroi, sopratutto considerando il fatto che ad ogni personaggio viene attribuito un carattere specifico, una storia ed una precisa personalità e ad alcuni sono dotati persino di un elevato spessore morale.
Inoltre, nei picchiaduro così come nei fantasy, anche i personaggi maschili appaiono spesso seminudi, hanno un fisico iper- palestrato ed improbabile nella vita reale e a cui i comuni mortali non possono certo aspirare.
Credo un disegno debba essere bello ed accattivante per farci sognare, ma resta sulla carta, non deve per forza simboleggiare un modello irraggiungibile, e soprattutto non può essere accusato di rendere la donna (o l'uomo)  un mero oggetto sessuale, e quindi di veicolare un messaggio negativo. Certo, un tempo ci si scandalizzava alla vista della Venere di Botticelli, o della Maya Desnuda di Goya, che si mostrano nude nelle loro bellissime ed armoniose forme, specie la Maya molto maliziosa e sensuale, almeno quanto Paolina Bonaparte scolpita da Canova. 
Non voglio certo paragonare un videogioco ad un'opera d'arte classica, ma credo che qualunque forma di espressione creativa (se non volete adoperare l'aggettivo "artistico" parlando di videogiochi) meriti di essere tutelata e non denigrata.
Esistono tanti "intellettuali" che ancora si ostinano a non voler considerare il fumetto arte, anche se , per  fortuna, le cose stanno cambiando. Tuttavia, noto che questo "cambiamento " non vale per tutti i fumetti, ma solo per alcuni generi e alcuni autori, in particolare c'è avversione per i manga giapponesi, o per il fumetto supereroico americano. 
Certo, è ovvio che non tutti quelli che prendono una matita sono artisti, ma questo vale per qualsiasi professione.
Per quanto riguarda l'accusa che proviene da alcune correnti femministe, e cioè che disegnare eroine sexy per i videogiochi o per i fumetti sia diseducativo, beh, tutto ciò che posso dire è che non bisogna commettere l'errore di mescolare il piano della fantasia con quello della realtà. I personaggi di fantasia servono a farci sognare, non c'è niente di male nella loro prorompenza fisica anzi! Non devono essere "reali", non è reale ciò che fanno, le loro evoluzioni, la loro magia, nessuno lancia palle di fuoco dalle mani nella vita vera! bisogna tenere ben distinti questi due piani; assistere ad un combattimento tra Chun Li e Mai Shiranui , personaggi di fantasia, non è paragonabile ad un manifesto pubblicitario in cui una donna in carne ed ossa per promuovere un antifurto per l'auto propone invece il suo corpo, con messaggi sessuali più o meno espliciti, si tratta di piani di significazione diversi, termine questo molto amato dagli studiosi di semiotica e di linguistica.

domenica 18 gennaio 2015

Miranda Priestley: portiamo tutti una maschera: quello che fa la differenza è il modo in cui si interpreta il proprio ruolo.

Ho sempre amato il teatro. Avrei potuto diventare un'attrice, ho anche frequentato dei corsi, ma non mi sentivo all'altezza. Qualcuno mi diceva che ero brava, chissà se era vero; francamente non me ne sono mai preoccupata: diventare un'attrice non era una mia priorità. 
Calcavo le scene solo perché adoravo l'idea di poter essere qualcun altro, chiunque all'infuori di me. Era una sensazione sublime, ma credo che farlo su richiesta, per lavoro, sarebbe diventato snervante, dato che vivevo la recitazione come un hobby e desideravo che restasse tale.
E poi non c'è certo bisogno di un palco per recitare: non recitiamo forse tutti, ogni giorno e in ogni momento della nostra vita? Ovviamente la maggior parte delle persone tenderà a negare questa evidente e sconveniente verità, ossia che la verità stessa è in realtà un ossimoro, una contraddizione in termini, giacché non solo ognuno percepisce la "verità " in modo diverso, ma soprattutto perché tutti portiamo una maschera: quello che fa la differenza è il modo in cui si interpreta il proprio ruolo. 
Sono giunta a questa conclusione quando ho guardato per la prima volta "Il Diavolo veste Prada".


Meryl Streep interpreta Miranda Priestley nel film "Il Diavolo veste Prada": nella foto in alto indossa la sua maschera da diabolica direttrice; in basso, la scena finale, quando per un attimo si toglie la maschera da Virago e si lascia andare in un dolce sorriso.


 Come tutti gli amanti del teatro,e prima di iniziare a studiare seriamente cinema, tendevo a pensare che i veri attori fossero quelli che recitano dal vivo, su un palcoscenico, come se il cinema fosse il cugino ricco e stupido del nobile e decaduto teatro. Ovviamente non è affatto così: si tratta semplicemente di due diversi modi di esprimere l'arte. 
Tornando a "Il Diavolo veste Prada", la prima cosa che mi viene da pensare è che c'è  tanto teatro in quel film, anche se non so in quanti l'abbiano colto.
Sono rimasta colpita dalla protagonista, la favolosa Miranda Priestley : lei sì che sapeva recitare il suo ruolo alla perfezione, con una tale classe che nessuno avrebbe mai potuto sospettare che quella della "Virago" fosse solo una maschera, una difesa per farsi strada con le unghie e con i denti in un mondo spietato, un modo per proteggere la sua intima natura e ciò che le era più caro al mondo, come le sue figlie. 
Nella scena finale, quando Miranda guarda la piccola dolce Andy, per un attimo si toglie gli occhiali e abbassa la guardia, abbandona le sue difese e sorride: per la prima volta, possiamo ammirare, anche se solo per pochissimi secondi, la vera Miranda. Ma si tratta di una frazione breve, perché subito rimette gli occhialoni sul naso, metafora della sua maschera, torna ad interpretare il suo ruolo, con la solita inestimabile classe. 
Confesso di essermi molto immedesimata in Miranda, anche se, purtroppo, non ho neanche la metà della sua classe e nemmeno un decimo della sua capacità di intimorire il mio prossimo: che peccato, se mi temessero, non sarei costretta ad ascoltare tante scempiaggini!
Son stufa delle persone che dichiarano di essere trasparenti, di non avere nulla da nascondere: tutti hanno qualcosa da nascondere, tutti indossano una maschera, solo che io ho il coraggio di ammetterlo, e amo le persone che, come Miranda Priestley, sono in grado di reggere il ruolo che hanno scelto, anche quando comporta delle sofferenze :  chi si proclama "una persona vera" o mente sapendo di mentire, oppure è talmente banale e superficiale da non avere lati nascosti, dei lati che permettiamo di scorgere  solo a pochi eletti
Citando un altro bellissimo film, "ho tanti strati, come le cipolle!". Proprio così, sono una Cipolla, esattamente come l'orco Shrek.  Badate, non una torta o una lasagna, anche loro hanno gli strati, ma gli orchi sono come le cipolle; ed io, che a volte sono un po' orco, rientro perfettamente nella categoria delle cipolle.
Forse come filosofa sono addirittura migliore che come attrice o come critica cinematografica!
Ma adesso basta farmi complimenti da sola, in genere tendo a buttarmi giù: finirò con l'avere una crisi di identità!