martedì 21 marzo 2017

Il supereroe all'Amatriciana che commuove e convince!

 In Basso Claudio Santamaria e Ileina Pastorelli in una sequenza del film.


Inizio questa recensione citando me stessa, una frase che scrissi nella mia analisi del film "Il ragazzo invisibile" , film che mi ha tremendamente deluso:

"Ho sempre pensato che il cinema italiano, per superare la crisi in cui è piombato negli ultimi venti (diciamo anche trenta) anni dovrebbe compiere un "innovativo passo indietro": in altre parole, penso che dovremmo riscoprire le nostre radici e puntare sul nostro cinema, sul nostro vissuto, leggero ma anche drammatico"...

Beh, a quanto pare la mia "richiesta" è stata esaudita.
Lo chiamavano Jeeg Robot è il primo vero supereroe all'italiana, anzi all'Amatriciana, strettamente legato al nostro vissuto, con una trama plausibile, forse non perfetta in ogni punto ma in grado di farci immergere completamente nell'atmosfera, di farci respirare realtà e fantasia insieme in un connubio potente ma allo stesso tempo delicato e commuovente.
Un ragazzo "nato ai bordi di periferia", perdonate la citazione (Eros Ramazzotti - Adesso tu) , anzi ancor più in là, nella borgata di Tor Bella Monaca, legato alla piccola criminalità locale, durante una rocambolesca fuga cade letteralmente in un bidone di rifiuti tossici/radioattivi, e come vuole la tradizione del genere supereroico, invece di morire, dopo una notte di spasmi acquista una forza sovrumana.
Ovviamente il primo pensiero del ragazzo è quello di usare i suoi nuovi poteri per scassinare un bancomat prima e un furgone portavalori poi, ma la sua vita cambia improvvisamente grazie all'intervento di una stralunata, dolce e meravigliosamente fragile figura femminile, Alessia, figlia di un suo vicino di casa ricettatore, Sergio, che lo coinvolge in un "colpo sicuro". 
Ma questo genere di colpi si sa, non sono mai sicuri; tutto si conclude in un bagno di sangue, da cui esce illeso solo il nostro "eroe" Enzo Ceccotti, ribattezzato da Alessia Hiroshi Shiba, colui che può diventare Jeeg.
La ragazza, con evidenti problemi psichici dovuti a forti traumi, si è chiusa completamente nel mondo dell' anime Jeeg Robot d'acciaio, mondo da cui Enzo inizialmente vorrebbe rimanere fuori, ma il legame che stringerà con Alessia lo cambierà nel profondo.
Momenti di rude violenza si alternano a scene di immensa tenerezza, come quando Enzo aziona con la forza delle sue braccia la ruota panoramica di un parco giochi, per far "volare" la dolce Alessia, di cui il nostro eroe, ovviamente, si innamora.
Ma in una storia di supereroi che si rispetti non può mancare il folle supercattivo, Fabio Cannizzaro detto "lo Zingaro", un ex "vip" con la passione per Anna Oxa e Loredana Berté, che scopre e alla fine riesce ad ottenere gli stessi poteri di Enzo.
Purtroppo, ogni eroe nasce dalla sofferenza, che per Enzo è rappresentata dalla perdita di Alessia, scena che mi ha fatto letteralmente uscire dai gangheri: sei a due passi dai bidoni contenenti le sostanze che ti hanno dato i poteri, che ti costa provare a immergere la ragazza prima che muoia, al massimo sarebbe morta lo stesso! In ogni modo, si tratta di una perdita funzionale che permette all'eroe di emergere e trasforma definitivamente Enzo Ceccotti in Hiroshi Shiba. Non  caso, con le sue ultime parole Alessia invita Enzo a proteggere la gente e salvare il mondo, pronunciando con l'ultimo fiato che aveva in corpo la frase : "tu che puoi diventare Jeeg".
Enzo era infatti un "supereroe in gabbia", metafora trasposta simbolicamente dall'immagine del palloncino che prova a librarsi nell'aria ma resta bloccato dal soffitto trasparente del centro commerciale, e che vedremo salire alto nel cielo in una delle ultime sequenze, quando Enzo/ Hiroschi  compie il suo primo atto eroico, salvando una bambina da un auto in fiamme.
Il film termina con lo scontro tra il supereroe e il supercattivo e la scontata vittoria dell'eroe, creduto morto da tutti, cosa infondo vera: Enzo Ceccotti è morto, ed è nato Hiroshi Shiba, che indossa il passamontagna fatto ai ferri da Alessia che ha, ovviamente, le sembianze di Jeeg Robot.


lunedì 13 febbraio 2017

Il filo rosso del destino: The last - Naruto the Movie




 In alto la locandina del film.
In basso una scena con Naruto e Hinata


Attenzione: il film non è ancora stato tradotto in Italiano e non è uscito nelle sale cinematografiche italiane - può contenere SPOILER

Stavolta ho deciso di parlarvi di una storia d'amore che mi ha appassionato molto, quella tra due personaggi del Manga di Masashi Kishimoto, Naruto.
il manga, e il rispettivo anime, appartengono alla categoria shōnen ( letteralmente "ragazzo") indirizzato a un pubblico maschile, generalmente dall'età scolare alla maggiore età, che dunque predilige storia in cui regna sovrana l'azione, esaltando l'amicizia e mettendo in secondo piano le vicende amorose, che sono presenti più che altro come momenti comici, in cui il protagonista fa qualche gaffes con la bella di turno e si predilige l'aspetto superficiale al romanticismo, com'è anche giusto che sia in questo tipo di manga/anime.
Tuttavia, sin dalla prima stagione, i fan della saga si sono molto affezionati ai personaggi femminili, scatenando un vero e proprio dibattito su quale sarebbe diventata, alla fine della storia, la fidanzata del protagonista Naruto Uzumaki.
Le "candidate" al ruolo di fidanzata dell'eroe son sempre state due: Sakura Haruno, la ragazza dai capelli color fiore di ciliegio (come ricorda il suo nome, che significa appunto ciliegio), e la bruna Hinata Hyuga dagli occhi argentati, dovuti ad un potere, il Byakugan, ereditado dal clan di appartenenza, di cui è  niente meno che la "principessa".
Alla fine del manga, vediamo il nostro eroe Naruto Uzumaki realizzare il suo sogno, diventare Hokage, e cioè capo del villaggio delle Foglia, Konoha, e mettere su famiglia con una delle due ragazze sopra nominate. La scelta cadrà, ovviamente su Hinata, che amava il nostro eroe sin dall'inizio della storia; dico ovviamente perché Sakura non ha mai dimostrato nei confronti del nostro eroe altro che amicizia, mentre il suo cure è sempre appartenuto al migliore amico nonché antagonista dell'eroe, Sasuke Uchiha.
Il film The Last – Naruto the moviediversamente dagli altri film sull’eroe di Konoha, fa ufficialmente parte della saga di Naruto, collocandosi tra gli ultimi due capitoli del manga, narrandoci le vicende che hanno portato a questo amore, per alcuni inaspettato, per altri sospirato.
La pellicola, molto delicata ma al tempo stesso piena di azione, ha ricevuto accuse di "fanservice", in quanto troppo “sdolcinato” e creato ad hoc per far accontentare i fan della coppia Naruto- Hinata, per spiegare come sia nato questo amore “dal nulla”.
In realtà, le cose non stanno esattamente così: chi sa seguito il manga o l'anime sin dall'inizio ed ha compreso lo stile di Masashi Kishimoto , aveva già compreso da tempo le intenzioni dell'autore e immaginato il finale.
Basta soffermarsi attentamente su quelle che possono sembrare delle piccole sfumature per fare assumere al film un senso diverso e comprendere i veri sentimenti di Naruto, che potevano essere già intuiti sin dalla prima serie, ad esempio quando Naruto fa un solenne giuramento sul sangue di Hinata, colpita gravemente dal suo stesso cugino Neji Hytga, e che trovano l’apice nella serie Naruto Shippuden, quando Konoha viene attaccata dal misterioso Pain ,mietendo numerose vittime tra cui il maestro Kakashi Hatake ed il maestro rospo Fukasako, entrambi molto cari a Naruto. Nonostante la rabbia e il dolore il nostro eroe riesce a mantenersi lucido, eppure perde completamente il controllo quando  Pain colpisce Hinata, scatenando il demone Kyuubi che ha dentro sé sin dalla nascita.
Questo fu solo il primo forte segnale rivelatore dei sentimenti che il ragazzo in realtà già covava dentro di sé, magari a livello inconscio, e che culmina col combattimento e la tecnica combinata usata durante la quarta guerra ninja. Tenendo conto di tutti questi elementi già presenti nel manga, la storia narrata nella pellicola risulta coerente con tutta la saga,  e dunque  è molto più di un semplice “fan service” per accontentare i fan della principessa del Byakugan .
The Last  emoziona, coinvolge, appassiona; come nelle altre opere di Kishimoto nulla è lasciato al caso, ogni avvenimento, dal più drammatico al più leggero è strettamente funzionale ai fini della trama e dell’evoluzione dei personaggi, in primis il protagonista, ma anche coprotagonisti come Shikamaru o la stessa  Hinata.
La cosa più coinvolgente dal punto di vista emotivo, è la sciarpa rossa confezionata da Hinata, che vorrebbe dichiarare il suo amore, ma non trova il coraggio. La sciarpa è un chiaro riferimento alla leggenda giapponese  Akai Ito – Il Filo Rosso del Destino: secondo la tradizione, ogni persona porta, sin dalla nascita, un filo rosso legato al mignolo della mano sinistra che lo lega in modo indissolubile alla propria anima gemella. 
E sarà proprio grazie a questa sciarpa che Naruto inizierà a vedere le cose in modo diverso e a comprendere  sentimenti che covava nel suo cuore, ma di cui non era ancora pienamente consapevole. In che modo? Beh, dovrete guardare il film, non posso svelarvi tutto!
Per concludere, in questo film  Masashi Kishimoto, che ha scritto il soggetto originale ed assunto il ruolo di character designer e di supervisore generale alle animazioni, ha voluto ribadire un messaggio ben preciso, che dà senso all’intera opera: Il perdono è necessario per la pace, e a volte bisogna perdonare anche chi non lo merita per un fine più grande, e cioè proteggere le future generazioni.

martedì 17 gennaio 2017

Il piccolo principe ci ricorda di "non dimenticare"...




In alto la bambina e l'aviatore.
In basso, il piccolo principe e la sua rosa




Benché sia considerato un racconto per l'infanzia, ho sempre pensato che il piccolo principe non fosse un libro adatto ai bambini: io stessa l'ho letto per la prima volta ormai grandicella, praticamente in età puberale, eppure non riuscii a cogliere subito la straordinaria bellezza di quelle parole: la verità è che mi rendeva triste l'idea di questo bambino piccino, su un pianeta minuscolo alla continua ricerca di un amico.
Ovviamente la bellezza e la profondità delle frasi di Antoine de Saint-Exupéry mi rimasero impresse nell'anima, ma consideravo il libro più una raccolta di aforismi che un vero e proprio racconto.
La verità è che il piccolo principe non è una storia per bambini, ma un racconto per grandi che vogliono ritrovare il loro bambino interiore.
Ed è proprio quello che cerca di ricordarci il film del 2015 diretto da Mark Osborne; protagonista del film infatti, non è il piccolo principe, ma una bambina a cui il mondo degli adulti tenta di strappare via l'infanzia. 
Per colpa della madre apprensiva, stacanovista e anaffettiva, la piccola protagonista a soli 9 anni è già un'adulta in miniatura: la sua vita è stata attentamente programmata nei minimi dettagli dalla genitrice, c'è un giorno, ora, minuto e secondo per tutto, tranne che per giocare e per sognare.
A salvare la nostra piccola eroina sarà un vecchio aviatore folle, che le farà conoscere la storia del piccolo principe e l'aiuterà a comprendere quanto sia importante essere bambini.
"Il problema non è diventare grandi, ma dimenticare".
Gli adulti hanno dimenticato la poesia e i sogni dell'infanzia, hanno dimenticato che l'essenziale è invisibile agli occhi.
Nelle sequenze finali del film, a metà tra sogno e realtà, la nostra protagonista ritrova il piccolo principe adulto, triste, incastrato in una vita frenetica che non ama perché ha dimenticato tutto: l'aviatore, il serpente, la volpe, la rosa.
Gli adulti di questa realtà da incubo, ossia l'uomo d'affari, l'uomo vanitoso, il re e tutti gli altri hanno un concetto di ciò che è essenziale completamente distorto, e cercheranno di piegare la piccola, trasformandola con la forza in un'adulta a loro immagine e somiglianza; proveranno a farle dimenticare tutto ciò che ha faticosamente imparato per farla diventare una di loro, farla sentire una fallita, senza speranza.
Ma ovviamente in un film del genere il lieto fine e d'obbligo, e la bambina, a bordo dell'aereo dell'aviatore ed aiutata da una volpe di pezza riuscirà non solo a salvare sé stessa, ma anche il piccolo Principe, liberando le stelle tenute in cattività dall'avido uomo d'affari, e aiutando il principe a ritrovare la sua rosa, comprendendo finalmente il significato della frase: non si vede bene che con il cuore.
Il titolo del film è forse fuorviante, poiché Il piccolo principe non è il protagonista della storia, è solo un mezzo, il simbolo scelto dal regista per ricordarci che, anche da adulti, non bisogna dimenticare ciò che da piccoli ci rendeva felici, ciò che è davvero importante, ciò che ci rende vivi.
Chi ha già letto qualche mio post ormai sa che sono una causa persa, una fan della speranza che guarda sempre in fondo al vaso di Pandora per trovare la forza di sopportare il mondo che la circonda: il film di Osborne dà a tutti una lente, anzi un cannocchiale per vedere meglio le stelle, e trovare quella speranza che non dobbiamo mai smettere di far ardere nel nostro cuore.
Va bene diventare adulti, ma non bisogna mai dimenticare di vedere le cose con gli occhi di un bambino, gli unici occhi in grado di cogliere ciò che è essenziale.

sabato 17 dicembre 2016

Buone feste!



immagine creata su www.pizap.com
con personaggi tratti dal film Disney 
Canto di Natale di Topolino (Mickey's Christmas Carol)


Cari amici,

Avrete notato la mia assenza dal blog (almeno spero!).
Ho avuto una serie di problemi personali, e sono stata costretta anche a chiudere momentaneamente il profilo g+.
Non vi tedierò con i dettagli, volevo solo cogliere l'occasione per augurarvi buone feste!
Il blog sarà di nuovo attivo dopo il 20 dicembre, fervono i preparativi per nuovi post. 
Un saluto affettuoso a tutti voi!

martedì 15 novembre 2016

i Medici: la miglior fiction targata RAI degli ultimi decenni

In alto, il cast della prima stagione de "I Medici".


Nonostante la riluttanza iniziale di alcuni spettatori, perplessi soprattutto dai continui Flaschback e da un tipo di recitazione ben lontana da quella a cui la fiction italiana si era abituata negli ultimi anni, la prima stagione de I Medici ha avuto ottimi ascolti da parte di diversi target di pubblico, raggiungendo ben 23 milioni di Italiani.
La serie è certamente il miglior prodotto targato Rai fiction degli ultimi anni, e a chi ha storto il naso per la recitazione algida di Richard Madden, rispondo solo che di sicuro il vero Cosimo de' Medici non si sarà rivoltato nella tomba, come avrà certamente fatto la povera Elisabetta di Baviera per l'interpretazione della Capodondi (per non parlare dell'unica e vera Sissi cinematografica Romy Schneider, perfetta sia per fattezze fisiche che per interpretazione).
Le fotografia e la ricostruzione della Firenze rinascimentale non ha alcuna pecca, la somiglianza fisica tra attore e personaggio storico a volte lascia a desiderare, ma l'ambientazione è quella giusta, il passaggio da vicoli malfamati, in cui la gente si bacia tranquillamente mezza nuda per strada hanno spiazzato i ben pensanti, ma la verità è che i nobili e i benestanti dell'epoca amavano frequentare i borghi e bordelli, abbandonare le buone maniere, dar sfogo ai loro istinti per poi tornare, come niente fosse nei quartieri da bene, ben vestiti e dimenticando presto dove avevano passato la notte prima, proprio come fece nella prima puntata il giovane Cosimo de Medici mentre era a Roma con padre e fratello. 
Ovviamente non ci è dato sapere se Cosimo ha davvero incontrato Donatello in un bordello nudo con un altro ragazzo, né che fosse davvero innamorato della lavandaia interpretata da Miriam Leone prima di sposare Contessina de Bardi; diciamo che tutto questo rientra nella sfera del plausibile, che la fiction permette di realizzare.
In troppi hanno storto il naso per le inesattezze storiche, e a costoro vorrei ricordare che questa è una semplice Fiction, e non una Docu-ficiton o un Documentario, e che tra le due cose corre la stessa differenza che c'è tra romanzo storico e romanzo storiografico (o più semplicemente Storiografia).
Documentario e Storiografia devono attenersi strettamente ai fatti, magari proponendo qualche aneddoto non accertato, ma di sicuro sempre attinente all'evento storico narrato. La fiction televisiva così come il romanzo storico invece, non devono per forza riportare i fatti così come sono avvenuti ma renderli avvincenti, avvinghiare ed appassionare lo spettatore/lettore allo schermo televisivo o alle pagine del libro, romanzando la vera storia, rendendola più avvincente o a tratti piccanti.
La scena in cui Contessina de'Medici fa il suo ingresso nella Signoria sul suo bianco destriero, che con i suoi zoccoli spalanca con la forza le porte della struttura, chiedendo e ottenendo l'esilio per il marito anziché la morte è stata sicuramente molto romanzata, ma a livello scenico è forse una delle più belle sequenze mai realizzate in una fiction.
La scena più scioccante per chi si aspettava una devota affinità storica, è stata l'omicidio degli uomini della famiglia Albizi, che nella realtà sono morti "tranquillamente" in esilio e non assassinati da mercenari al soldo di Cosimo come vediamo nella sesta puntata; la scena non è veritiera, ma visivamente è impeccabile, soprattutto perché mentre padre e figlio Albizi trapassano, Cosimo de Medici si trova nella cattedrale, col Sommo Pontefice che esalta le sue doti umane e morali, con la frase perentoria: "Cosimo de'Medici ha scelto la strada più lunga e difficile" .
Questa scena mi ha ricordato molto la sequenza de "il Padrino", di Francis Ford Coppola, in cui Michael Corleone, durante il battesimo del nipotino fa ammazzare tutti i suoi nemici, ed alla domanda del prete: "Michaele Corleone, rinunci tu a Satana?" , ad ogni: "Rinuncio!" pronunciato da Al Pacino vediamo un suo sicario uccidere a sangue freddo uno o più nemici. Scena e citazione visivamente e psicologicamente superba.
Confesso che però la morte di Lorenzo il Vecchio ha spiazzato anche me, dato che Lorenzo aveva moglie e figli quando è morto; una scelta che credo si possa spiegare solo con la mancata disponibilità da parte dell' attore Stuart Martin. Probabilmente suppliranno a questa "imperfezione storica" facendo saltar fuori figli o matrimoni segreti del defunto Lorenzo, o semplicemente ci si concentrerà esclusivamente sulle vicende strettamente legare a Cosimo e ai suoi discendenti, dato che sua nuora Lucrezia ha annunciato proprio durante i funerali di essere incinta, e che hanno intenzione di chiamare il loro primogenito Lorenzo, come il "defunto" zio.
Confermo dunque il giudizio "frettoloso" dato dopo aver visto solo le prime due puntate: i Medici è una serie che non delude e che merita di essere seguita. Attenderò le successive stagioni con ansia.

mercoledì 19 ottobre 2016

I MEDICI: cast stellare non delude

 In Alto Dustin Hoffman e Richard Madden, che interpretano rispettivamente Giovanni di Bicci de' Medici e suo figlio Cosimo De'Medici.



Ho appena visto le prime due puntate della nuova serie televisiva anglo-italiana, creata da Frank Spotnitz e Nicholas Meyer: I Medici (Medici: Masters of Florence).
Ovviamente dopo solo due puntate è difficile pronunciarsi, ma da quel poco che ho visto, non posso che dare un voto positivo alla serie.
Mi è sembrata la tipica serie TV che segue il filone storico, ma senza le scene di sesso esplicite che vediamo ne i Borgia, e un po' anche ne i Tudors; forse questa serie è un po' troppo all'acqua di rose, poiché si sa che la storia vera è molto più cruenta di quella qui rappresentata.
Hanno edulcorato molte scene per rendere le puntate adatte alla prima serata, ma credo che potremmo sopravvivere anche vedendo meno sangue e sesso rispetto al solito.
Magari però, questo "perbenismo" potrebbe aver creato un certo disappunto nei fan di una serie cult, di cui Richard Madden è stato protagonista per qualche stagione: mi riferisco ovviamente alla famosissima e fortunatissima serie della HBO, Il trono di Spade.
La scelta forse non proprio casuale di fare interpretare il ruolo del banchiere Bardi, suocero di Cosimo de'Medici a David Bradley, mi è sembrata quasi un tentativo di approcciare  proprio i fan di Game of Thrones , per via dei "trascorsi" tra gli alter ego di Madden e Bradley nella serie HBO, anche'essi legati, in qualche modo, da un matrimonio...
Tornando ai fatti e mettendo da parte supposizioni e pettegolezzi, devo dire che ho molto apprezzato i continui flashback flashforward, tecniche cinematografiche che amo moltissimo, che faranno da filo conduttore per tutta la serie, impostata proprio sui ricordi di Cosimo, alternando il presente storico, 1429, ad avvenimenti accaduti 20 anni prima. Non ho mai visto in una serie a stampo storico un uso continuato di flashback flashforward. Questo genere di serie infatti, predilige una narrazione più lineare, evitando veri e propri salti temporali e limitandosi all'uso sporadico del flashback quando si vuol far ricordare qualcosa allo spettatore, oppure per segnare la drammaticità dell'evento narrato. 
Un'ultima chicca riguarda l'aneddoto dell'uovo di Colombo. La leggenda popolare narra che, rientrato dalla sua impresa nelle Americhe, alcuni nobili Spagnoli abbiano minimizzato la missione di Colombo, affermando che chiunque avrebbe potuto portare a termine con facilità  l'impresa visti gli ingenti mezzi messi a sua disposizione dalla corona Spagnola; Senza scomporsi, Colombo  sfidò i nobili spagnoli in un'impresa altrettanto facile: far stare un uovo dritto sul tavolo. Nessuno dei gentiluomini presenti vi riuscì, e alla fine Colombo praticando una lieve ammaccatura all'estremità dell'uovo, riuscì a tenerlo in piedi, lasciando tutti con un palmo di naso. Gli spagnoli protestarono, asserendo che avrebbero potuto farlo anche loro, e Colombo rispose: «La differenza, signori miei, è che voi avreste potuto farlo, io invece l'ho fatto!».
Io ho sempre creduto alla veridicità della storia, ma a quanto pare, e come vediamo in questa serie, il primo a riuscire a far stare in piedi un uovo non fu Cristoforo Colombo, ma Filippo Brunelleschi, che fece stare in piedi l'uovo per dimostrare a Cosimo de'Medici come avrebbe fatto a costruire e tenere in piedi la Cupola del Duomo di Santa Maria del Fiore, impresa ritenuta impossibile da chiunque, tanto che i lavori erano fermi da oltre vent'anni. Storicamente, l'aneddoto fu riportato dal Vasari, ma se fosse vero, Brunelleschi avrebbe inventato l'uovo di Colombo circa 90 anni prima di Colombo stesso!
Siamo dunque di fronte ad una sorta di paradosso temporale? 
Scherzi a parte, una delle cose che amo di più delle serie TV del filone storico sono proprio questi piccoli aneddoti, alcuni veritieri, altri leggendari, che donano colore alla storia e la rendono più interessante, almeno agli occhi dei fan appassionati (e un po' secchioni) come la sottoscritta.

martedì 20 settembre 2016

Shark tale: lo squalo "travestito"


 Due immagini tratte dal film Shark tale: in alto, lo squalo Lenny "travestito" da delfino. 
In basso, Lenny
in una posa "effeminata" con fratello "pesciotto" Frankie.



Navigando in rete, leggo spesso commenti e lamentele riguardo al fatto che non esistano film per bambini con personaggi gay che sfociano in veri e propri appelli alla Disney: vogliamo storie d'amore gay!
Beh, storie d'amore tra protagonisti gay effettivamente non ne abbiamo mai viste, e benché negli USA le unioni tra persone dello stesso sesso siano ormai un legalissimo dato di fatto, dubito che vedremo un film d'animazione con protagonisti omosessuali, almeno nell'immediato futuro. 
Eppure, guardando tra le righe, prestando la massima attenzione ai dettagli e scavando un po' a fondo, credo che un film che affronti molto (ma molto) velatamente il tema dell'omosessualità e della discriminazione in balse alle inclinazioni (anche sessuali) dei "diversi" esista già;
Non è un creatura Disney, ma della  "rivale" Dreamworks:  Shark Tale del 2004.
Per onestà intellettuale, premetto che amo la Dreamworsks tanto quando la Disney, benché i due studi cinematografici abbiano un approccio alla realtà completamente diverso, quasi agli antipodi. Prossimamente mi soffermerò proprio tra le differenze tra questi due adorabili giganti del cinema d'animazione, ma ora torniamo al nocciolo della questione. 
Uno dei protagonisti del film, Lenny è uno squalo vegetariano, tematica affrontata già nel film Disney Alla ricerca di Nemo del 2003, ma in modo completamente differente; nel film Disney infatti, gli squali vegetariani ci vengono proposti come degli obiettori di coscienza, che hanno creato un vero e proprio gruppo di sostegno, molto simile agli alcolisti anonimi, il cui motto è: "I pesci sono amici, non cibo". Il gruppo di sostegno pare sottolineare quanto la scelta degli squali sia nobile ma molto difficile da sostenere, infatti appena lo squalo Bruto sente l'odore del sangue della pesciolina Dori, perde totalmente il controllo e parte all'attacco, in preda ad una vera e propria crisi d'astinenza.
In Shark Tale invece, lo squalo Lenny non  diventa vegetariano per una scelta di vita, anzi lui vorrebbe essere "normale" per far felice suo padre, che è nientemeno che "il Padrino" del Reef (vi sono espliciti riferimenti al film il Padrino di Francis Ford Coppola, 1972).
Lenny sin dalle prime inquadrature è palesemente ed estremamente diverso, anche solo per il suo modo di muoversi ed esprimersi, sempre molto gentile, quasi "effeminato"; inoltre Lenny odia profondamente anche solo l'odore del pesce, non riesce proprio a mandarlo giù, e se la cosa per un semplice squalo può essere un problema, per il figlio del padrino è un vero e proprio dramma!
E così Don Lino, nel vano tentativo di rendere suo figlio "normale", lo affida alle cure del fratello Frankie, un vero e proprio pesciotto con gli attributi, che ha il compito di rendere Lenny un "vero squalo".
Ma le cose non vanno come previsto, anzi, la tragedia è dietro l'angolo: Frankie vuole costringere Lenny a mangiare il pesciolono Oscar, e quando Lenny disobbedisce, Frankie si lancia all'attacco per mostrare al fratellino come si comporta uno squalo, finendo per perdere la vita in un tragico incidente.
Disperato, Lenny scappa di casa alla ricerca di Oscar, che intanto si è preso il merito della morte di Frankie, venendo così soprannominato  Scannasqauli, protettore del Reef
Lenny inizia così una nuova vita assieme al nuovo amico Oscar, al quale sente di raccontare tutta la verità, il suo dramma:
"Nel caso non te ne fossi accorto io sono diverso dagli altri squali..."
"Diverso in cosa?"
 "Rideresti!"
"No, non riderò, hai la mia parola."
"Va bene, te lo dico, io sono vegetariano!" 
- Attimo di pausa in cui Oscar non può fare a meno di ridere sotto ai baffi -
"Tutto qui?"
"Come sarebbe tutto qui? sei il primo pesce al quale lo confido! Sono stanco di dovermi tenere questo segreto! E poi c'è mio padre, lui non mi accetterà mai per quello che sono: che cosa c'è che non va in me?"
"Non c'è niente che non va in te..."
Beh, direi che il dialogo tra i due protagonisti sembra un vero e proprio coming out, ma non è tutto: per essere sicuro di non essere mai ritrovato dal padre, Lenny, con la complicità di Oscar, simula la sua morte, e assume una nuova identità, quella di Sebastian, il delfino smacchia balene;  Shark Tale è quindi il primo film d'animazione in cui uno dei due protagonisti è un travestito.
Quando la pesciolina Angie viene rapita, Oscar ha bisogno dell'aiuto di Lenny per liberarla, ma con che faccia Lenny potrebbe ora presentarsi al padre in quello stato? 
"Non posso entrare lì e dire : ehi ciao papi, guarda, sono un delfino!"
Infatti le cose prendono una pessima piega: nonostante la recita, Don Lino riconosce il figlio.
"Lenny sei tu? sei vivo? credevo di averti perso...Ma che ti sei messo?"
"Ciao Papi..."
"Hai voglia di scherzare? Mi vuoi prendere in giro forse? Ti sei bevuto il cervello? Hai idea di che significa questo? Te la fai con lui che ha ucciso Franky, il sangue del tuo sangue! Non ti devi mai mettere contro la famiglia!"
A questo punto, interviene Oscar, nel tentativo di far ragionare il "Don":
"Ehi Don Lino, non è colpa sua, è una faccenda tra te e me"
"Ma io a te che trinchia ti ho fatto? Prima mi ammazzi Franky e adesso mi trasformi Lenny in un delfino? Sei un pesciotto morto!"
Dopo una rocambolesca fuga ed una sequenza di esilaranti scene d'azione, finalmente padre e figlio si affrontano faccia a faccia, per un chiarimento:
"Perché sei scappato?"
"Perché hai sempre voluto che diventassi come Franky: io tanto non sarò mai lo squalo che tu speri."
Ed ecco il risolutivo intervento di Oscar, che tocca il cuore del Don:
"Scusate, mi fate capire qual'è il problema? A tuo figlio piacciono le alghe: e allora? Ha per amico un pesce: e allora? Gli piace anche travestirsi da delfino, va bene : e allora? Tutti quanti gli vogliono bene per quello che è: perché tu no?"
Ovviamente il lieto fine è d'obbligo, e il padrino si ravvede:
"Su appinnami! Ti voglio bene Lenny, non mi importa quello che mangi o quello che ti metti!"
Lino non si limita ad accettare il figlio, ma lo accoglie, e stipula un vero e proprio patto di pace con tutti i nuovi amici di Lenny: la famiglia è riunita,  gli squali sono amici dei pesci e tutti vissero felici e contenti: per usare il gergo da "Pesciotto"Branchie sciolte!